Eventi. Un episodio importante come calciatore:
la finale dell’anglo-italiana a Wembley, tra le squadre di serie B inglesi ed italiane, suggerisce. La vittoria di cinque a tre e sono successi che restano. Un emozione sicuramente da ricordare.
La percezione di essere diventato un vero calciatore:
“io da piccolo volevo fare il meccanico perché mio zio aveva un’officina ed io trafficavo con lui”. Poi si è messo a correre, oltre che con la fantasia, a piedi, i campionati italiani. Poi la scoperta! Nel 1994-95, quando era nell’Ancona ha capito che stava diventando un calciatore, anzi uno di quelli veri. L’officina restava sguarnita, il prato verde no. Fu l’allenatore a dargli la conferma del fatto. Vai e gioca e Davide giocò.
Il ritiro - un odio epidermico per quella condizione di isolamento, dove è difficile resistere, soprattutto se si ha voglia di muoversi e volare con i sogni pensati. Amare la preparazione e il momento prima. A disagio invece quando si sta chiusi e fermi in un luogo e ci devi stare. “Nel ritiro estivo disconnetto il cervello perché non riesco a rimanere lì, con molto poco intorno. Allora mi metto a guardare ciò che mi circonda, il profumo di ogni angolo, magari le case, gl’interni e costruirci la vita di altri e un po’ anche la mia.”
Curiosità curiosa – “quando faccio goal, ne faccio pochi anche per il ruolo in cui gioco, fino a un po’ di tempo fa mi accadeva una cosa strana.” E qui entra in campo la domanda. E c’è una pausa che fa suspance e poi un’altra e via. “Non sono superstizioso, però mi succedeva che dopo…” …. “sì dopo il goal, non so qualcosa di strano, accadeva, qualcosa di poco buono. Non so, per esempio il fatto del bacio alla poliziotta e bè sì, fece scalpore ma non era assolutamente come…” e lasciamo la cosa cadere. Euforia del momento e le cronache che ne volevano parlare. E poi basta così.
In campo - il prato verde e le sensazioni, altrettanto curiose di Davide che gioca ormai da dodici anni e preferisce i preamboli alla partita. Il rituale che fa è sconvolgentemente curioso e onomatopeico. Somiglia alla favola di chi dialoga con gli scarpini proprio prima dell’inizio, poi anche con il pallone, le sue cuciture da rimirare, le scritte da rileggere. Un modo di familiarizzare con entrambi, scarpini e pallone e farli a loro volta entrare in contatto diretto, quello più vero, come quando si è soli e non c’è il trambusto delle partita. Del resto il pallone è un’entità a sé stante e se ci parlo e mi convinco che giocherò bene, non è detto che accada perché sono tante le cose che entrano, si mettono a interferire. I giri, le virate, un rimpallo, una cucitura scucita per dirla con una metafora e lui vola dove vuole e non è sempre detto che sia dove si desidera in quel preciso istante. Non sono superstizioso e non lo faccio per questo, è un dialogo con il mezzo che devo addestrare e non è facile.
La palla in rete? E’ un’emozione vedere, esplodere. Di solito nella vita di tutti i giorni, durante le occasioni di sempre ci si contiene, ma una volta segnato esplode la catarsi, la gioia, l’euforia che ti porta, per un momento, più su di sempre. Lì, in quel momento “è tutto possibile per me e per chi guarda e vive quella sensazione”.